martedì, Agosto 4, 2020
DOMESTICIRUBRICHE

Randagio, il cane di cui sappiamo ancora poco

Tendiamo ad associare l’idea di cane ai nostri pet, sui quali si concentra la maggioranza degli studi. Ma cosa sappiamo dei cani randagi e cosa possono insegnarci su “chi è il cane”?

In questa rubrica parliamo (scriviamo) spesso di cani dal punto di vista etologico, evolutivo, veterinario. Ma a guardar bene, di cosa parliamo quando parliamo di cani? La stragrande maggioranza degli studi condotti finora per conoscerli sono basati sui cani di casa, o pet. Eppure, come ci aveva ricordato qui l’etologo Marc Bekoff, almeno l’80 per cento dei cani, a livello globale, vive senza padrone: sono quelli che passano sotto il nome generale di randagi e che spesso, anche in Italia, possono trovarsi al centro di dispute etiche, sanitarie, gestionali. Conoscerli meglio, dal punto di vista ecologico, sociale e cognitivo, può essere un modo per aiutarci a districare e capire eventuali problemi. E, d’altro canto, conoscere i randagi è una base imprescindibile per conoscere “il cane” nel modo più completo possibile.

Chi è il randagio?

Come spiegano magistralmente i biologi Raymond e Lorna Coopinger in quest’articolo di Nautilus, il “vero cane” è proprio il randagio. Ma sul termine è bene fare una precisazione: non si parla di cani che, vissuti fino a un attimo fa in un appartamento urbano, sono stati abbandonati in autostrada da padroni scellerati. Né si parla di cani che con la nostra specie non hanno a che fare da generazioni. Una possibile classificazione definisce questi ultimi “cani inselvatichiti” (feral dogs), per i quali è mancata per molte generazioni ogni forma di socializzazione con l’essere umano, con i quali questi cani evitano il contatto; mentre i cani liberamente vaganti comprendono quelli padronali (per esempio i cani da guardiania, che non sono confinati in casa o in giardino) e quelli cui la letteratura scientifica si riferisce come i village dogs. Abitano per le strade, la loro principale fonte alimentare è rappresentata dagli scarti umani e probabilmente vivono come satelliti dei nostri insediamenti fin dall’origine del processo di domesticazione. Le classificazioni sui randagi non sono del tutto univoche e probabilmente descrivono più uno spettro che categorie nettamente distinte, ma ci aiutano a far mente locale su un primo importante aspetto: i randagi, intesi come cani non di casa, non sono certo tutti uguali, anche senza contare la semplice distinzione tra cane nato “per strada” e cane abbandonato.

Gli studi sui cani inselvatichiti si concentrano principalmente sulla loro ecologia e sull’impatto della loro presenza sulle specie autoctone; pochissimi si sono concentrati sugli aspetti socio-ecologici. Tra questi ultimi, un esempio è rappresentato da un lavoro del 1995, condotto su una popolazione italiana, che aveva confrontato alcuni aspetti socio-ecologici dei cani rispetto ai lupi, evidenziando, per esempio, l’assenza di un vero e proprio branco composto da familiari, l’appoggio indiretto a una fonte alimentare umana e l’elevata mortalità dei cuccioli, dovuta alla mancanza di protezione da parte degli altri individui del gruppo quando la madre si deve allontanare per nutrirsi.

Nell’ambito delle scienze cognitive, dove a partire dal XXI secolo vi è stata un’esplosione di studi sul cane, il randagio è stato ignorato: fino a pochissimi anni fa, la totalità delle ricerche si è concentrata sui pet. La ragione è facile da intuire: i cani possono essere portati in laboratorio dal proprietario, sono abituati al guinzaglio quando necessario… Ma provate a pensare di catturare un randagio per portarlo nella struttura di ricerca! «Inoltre, fino a relativamente poco tempo fa, si aveva l’impressione comune che “il cane” fosse quello di casa, cosa che le ricerche genetiche hanno ormai smentito», commenta Martina Lazzaroni, dottoranda al Konrad Lorentz Institute of Ethology della University of Veterinary Medicine di Vienna. «A ciò si aggiunge il fatto che, se si escludono alcune aree, i cani liberamente vaganti sono una realtà tutto sommato limitata nel mondo occidentale».

Per questa ragione, neanche la letteratura sui cani liberamente vaganti può essere considerata ricca, ma la ricerca al riguardo sta senz’altro aumentando.

Cani che non frequentano gli umani: gli studi sociali

Per esempio, una serie di studi, condotti e pubblicati nell’arco di diversi anni, ha indagato gli aspetti sociobiologici di un gruppo di cani con caratteristiche intermedie tra quelle dei cani inselvatichiti e quelle dei village dogs. Si trattava di una popolazione di circa 100 individui che abitava una vasta area suburbana nei pressi di Roma, costituita sia da zone ricche di vegetazione sia da alcuni insediamenti e infrastrutture urbane (cantieri, strade, posteggi e uffici). «Questa popolazione era nutrita direttamente dagli esseri umani, che collocavano il cibo in punti ben precisi dell’area; la maggior parte di questi cani era però cresciuta senza socializzare con la nostra specie, per diverse generazioni», spiega Simona Cafazzo, co-autrice delle ricerche. «Infatti non si lasciavano avvicinare, e ci sono voluti diversi mesi perché riuscissi a farmi accettare come osservatrice da un gruppo di loro, senza che cercassero di scacciarmi».

«L’osservazione di questi cani ci ha permesso di individuare alcune caratteristiche sociobiologiche interessanti: per esempio, erano presenti branchi ben distinti con gerarchie lineari di dominanza, nelle quali i maschi adulti risultavano dominanti sulle femmine, e gli adulti sui più giovani». Studi successivi hanno confermato questo modello, che contrasta con ipotesi precedenti (tra cui quella del già citato studio sui cani inselvatichiti), secondo le quali la specie canina manca di una struttura sociale, a differenza dei parenti lupi.

«Abbiamo però ipotizzato che la distribuzione delle risorse alimentari fosse responsabile della divisione in branchi: in altre parole, ciascuno di essi si è organizzato intorno a una fonte stabile di cibo. Inoltre, la presenza di quest’ultimo, che veniva fornito anche in quantitativi abbondanti, ha probabilmente influenzato l’emergere di alcune caratteristiche tipiche dei lupi, come la formazione di legami sociali stretti e la cooperazione per la difesa del territorio: laddove il cibo è scarso o maggiormente disperso, invece, la formazione di gruppi non è probabilmente una strategia vincente», spiega Cafazzo.

Cani che frequentano gli umani: gli studi cognitivi

Più di recente, altri studi, come quelli condotti da Lazzaroni e dai suoi colleghi, hanno iniziato a indagare gli aspetti socio-cognitivi dei cani randagi. Si tratta di un campo che risulta particolarmente interessante per capire gli effetti della domesticazione: «Alcuni lavori, come quelli condotti al Wolf Science Center (WSC) di Vienna, consentono di confrontare cani e lupi allevati nello stesso modo, così da capire quali differenze possano essere imputabili al processo di domesticazione», spiega Lazzaroni. «Ma ci interessa anche studiare gli effetti dell’esperienza: più forte è l’effetto della domesticazione, meno sarà evidente quello dell’esperienza. In altre parole, maggiore è l’effetto della domesticazione, più i randagi si comporteranno come i pet». A questo scopo, il suo gruppo di ricerca ha iniziato a lavorare con i village dogs di Taghazout, una località turistica in Marocco: animali completamente liberi, ma anche molto socializzati con l’essere umano, con cui convivono da tempo immemore, nutrendosi dei rifiuti e degli avanzi del paese.

«Per esempio, la cosiddetta hypersociability hypothesis suggerisce che la domesticazione abbia, in generale, aumentato le abilità sociali canine. Ma in questo può avere un peso anche l’esperienza, intesa come livello di socializzazione con gli umani. Abbiamo quindi condotto una serie di esperimenti nei quali gli sperimentatori davano cibo o carezze a pet, randagi e ai lupi del WSC; quindi, l’animale si trovava di fronte le due persone contemporaneamente e doveva scegliere da chi dirigersi», racconta Lazzaroni. I risultati sono stati abbastanza sorprendenti.

«Infatti, nonostante i lupi si siano mostrati molto meno attratti dal contatto con lo sperimentatore rispetto ai cani, proprio come ci aspettavamo, i risultati sul confronto tra cani pet e randagi sono stati inattesi. I randagi, quando posti di fronte alla scelta tra uno sperimentatore che gli aveva offerto del cibo e uno che li aveva accarezzati, hanno scelto 50 e 50, proprio come i pet. Questo suggerisce che, nonostante la grande attrazione che il cibo può avere per loro, il contatto sociale con l’umano rimane di estrema importanza. Inoltre, i village dogs si sono fatti accarezzare più a lungo dei pet». I ricercatori hanno suggerito che questa differenza possa essere dovuta a un bias nel campione, oppure a un maggior desiderio di contatto da parte dei randagi, per i quali non è abituale (altri studi hanno mostrato, per esempio, la preferenza per le carezze dei cani di canile rispetto ai pet), o ancora al fatto che la risposta sociale sia più generalizzata nei randagi, mentre i pet la dirigono preferenzialmente al proprio umano.

Persistenza e compiti impossibili

I ricercatori hanno indagato anche altri aspetti socio-cognitivi, come la persistenza nello svolgere un compito (offrendo ai cani una palla contenente del cibo ma impossibile da aprire), o confrontando il comportamento dei randagi con quello dei pet nell’impossible task (nel quale ai cani è fatto ripetere più volte un compito molto semplice come raggiungere il cibo sotto una scatola rovesciata, per poi porli di fronte a una condizione in cui il compito diventa impossibile, perché la scatola è stata fissata al suolo). «E anche in questi casi abbiamo ottenuto risultati abbastanza inattesi: nel caso della persistenza, abbiamo osservato che i randagi insistono meno dei pet per cercare di arrivare al cibo, un risultato forse spiegabile da una parte con il loro modo di alimentarsi, che è “senza sforzi” (trovano gli avanzi per strada e li buttano giù) e dall’altra con il fatto che i cani di casa sono di solito piuttosto abituati a interagire con gli oggetti, per esempio attraverso il gioco», spiega Lazzaroni.

«Per quanto riguarda l’impossible task, abbiamo osservato che anche i randagi, posti di fronte al compito impossibile, a un certo punto si voltano a guardare l’umano, proprio come i pet. Tuttavia, se al posto dello sperimentatore si pone una sagoma di cartone, si osserva lo stesso comportamento: abbiamo quindi ipotizzato che il cosiddetto looking back, caratteristico dei cani in questo esperimento, non sia diretto alla ricerca di un aiuto da parte dell’umano ma sia una mera conseguenza dello stancarsi di interagire con l’oggetto, e quindi voltarsi verso uno stimolo saliente presente nelle vicinanze».

Nonostante queste differenze, comunque, uno degli aspetti più importanti a emergere dagli studi sulle abilità cognitive dei cani randagi è che, tutto sommato, la differenza rispetto ai cani di casa è davvero poco marcata. «Sono molto più simili ai pet di quanto pensassimo, e studi condotti in India, analoghi ai nostri, sembrano confermarlo», commenta Lazzaroni. Per esempio, come OggiScienza aveva raccontato qui, i randagi si sono dimostrati abili a comprendere il pointing (il gesto con il dito puntato con cui indichiamo qualcosa).

Conoscere e capire i randagi

Ci aiutano, queste conoscenze – e le altre che verranno -, nella gestione del randagismo? «Anche se è una domanda su cui non avevo riflettuto molto, perché i nostri studi sono focalizzati soprattutto sulla comprensione della domesticazione, in effetti alcuni spunti li danno», commenta Lazzaroani. «Per esempio, sapere che i randagi tendono a essere molto poco persistenti suggerisce che un sistema per evitare che si stabiliscano in una zona potrebbe essere quello di usare bidoni della spazzatura inaccessibili: probabilmente perderebbero interesse in fretta e si dirigerebbero a cercare cibo altrove. Così come sapere che evitando di offrir loro fonti alimentari localizzate si evita anche la formazione di branchi, magari territoriali e quindi potenzialmente aggressivi».

«In generale, più conosci una specie e il suo comportamento, meglio puoi capire come intervenire in maniera mirata ed efficace», concorda Cafazzo. «Senza contare che questi studi consentono di fatto anche di attuare un monitoraggio sulla popolazione, così da capire quando un intervento può effettivamente essere necessario».

E, intanto, studiare i randagi ci aiuta a prendere atto che il nostro pet non è, da solo, un rappresentante della sua specie. Lui può avere grosse difficoltà a cavarsela da solo, non esclusivamente dal punto di vista delle risorse ma anche «perché chi è nato come cane di casa, ha bisogno dell’essere umano, perché fa parte del suo gruppo familiare», come ricorda Cafazzo. «Ma allo stesso tempo, i randagi nati e cresciuti liberi, magari per diverse generazioni, pur con tutte le possibili differenze individuali, molto difficilmente staranno bene in casa – e tantomeno in un canile. Anche se in alcune situazioni un intervento gestionale umano può essere necessario, dovremmo essere consapevoli che il cane non nasce come animale di casa, ma libero in natura, e che i randagi hanno sempre accompagnato la nostra civiltà».


Leggi anche: Cane, collare sì o no?

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay

Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.

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