domenica, Giugno 20, 2021
LIBRI

“C’era una volta il bosco”, di Paola Favero e Sandro Carniel

Un libro che ci porta dalle Dolomiti al Mediterraneo, dai funghi agli abeti, per farci capire come può essere fragile una foresta e come è nata Vaia, quali alberi reggono meglio l’impeto del vento e come gli oceani influenzino il clima.

Due anni dopo Vaia, camminare nei boschi colpiti è un’esperienza che riempie ancora di sgomento. Sempre più sentieri vengono liberati dagli alberi, i tronchi tagliati, caricati e trasportati, rendendo le montagne una specie di grande cantiere. Dopo lo sgomento, però, arrivano le domande. E c’è un libro che ha le risposte per moltissime di loro. “C’era una volta il bosco. Gli alberi raccontano il cambiamento climatico. Sarà una pianta a salvarci?” di Paola Favero e Sandro Carniel è un vero e proprio viaggio, nello spazio e negli argomenti.

Si parte dal terribile disastro di due anni fa, analizzando quanto è accaduto nelle varie zone e provando a capire quali alberi hanno resistito di più al vento, indagando nella storia se ci siano stati altri fenomeni simili, per poi allargarsi alle cause climatiche che hanno portato a Vaia e che stanno cambiando il volto del nostro Pianeta, e a tutti gli altri danni meno appariscenti che solo un occhio attento potrebbe vedere. Se a qualcuno può sembrare azzardato accostare oceani e foreste, in realtà tutto è collegato, e la distruzione degli alberi è partita dal mare: questo libro ha il merito di fornire un quadro estremamente ampio dei fattori che minacciano i nostri boschi, riunendo temi che solo di primo acchito potrebbero sembrare scollegati, ma che invece permettono di chiarirsi le idee e imparare molto su come funzioni e che necessità abbia questo ecosistema estremamente complesso.

Le stime parlano circa di 42.000 ettari di foreste – ovvero 9 milioni di metri cubi di legname, ovvero 15-20 milioni di piante. Ma anche i boschi che a prima vista sembrano essersi salvati hanno in realtà subito diversi schianti e sradicamenti, per circa altri 5 milioni di metri cubi di legname abbattuto. Sono numeri quasi inconcepibili, che si ricollegano alle foto estremamente potenti e terribili che abbiamo visto sui giornali e che si trovano numerosissime nel libro. Eppure non è solo questione di numeri. Come scrive Paola Favero, “quello che è accaduto il 29 ottobre 2018 nelle «nostre» montagne non è solo un grandissimo disastro, con frane, dissesti, paesi isolati, torrenti e fiumi in piena, interi boschi distrutti, ma è molto altro. È il chiaro, indiscutibile segnale che gli antichi equilibri sono in crisi, che i nostri boschi stanno vivendo un tempo diverso, dove la loro resistenza e resilienza non sono più tali, dove fattori ambientali troppo diversi da quelli che hanno accompagnato la loro evoluzione stanno minando l’ecosistema forestale, impreparato ad affrontarli, perché non ha avuto il tempo di adeguarsi.”

Animai e microorganismi, anche loro sono stati colpiti da Vaia

Si parla sempre di piante, ma cosa è successo agli animali durante Vaia? Purtroppo su questo fronte non si possono avere dati, si possono fare solo supposizioni. Nessuno ha potuto percorrere i boschi per censire le vittime subito dopo l’accaduto, e anche se le ditte incaricate dell’esbosco non hanno rinvenuto carcasse, non significa che non ce ne fossero: ormai erano passati mesi, e predatori e processi naturali avevano fatto il resto. Se agli uccelli e agli altri animali che nidificano sugli alberi probabilmente è andata un po’ meglio, essendo autunno, lo stesso non sarà stato per galli cedroni e altri uccelli che vivono nel sottobosco, così come per piccoli mammiferi e roditori. Gli ungulati, che in quei giorni sostavano solitamente nei prati fuori dal bosco, potrebbero essersela cavata meglio dei piccoli uccelli che vivono tra le chiome delle piante, così come dei migratori. Però sono tutte ipotesi e stime.

Eppure, oltre a piante e animali, c’è dell’altro nei boschi: tra le radici c’è un mondo intero, una porzione dell’ecosistema composto da una parte vivente e una non vivente – ovvero roccia, acqua, aria, sabbia, sali, minerali… più tutto ciò che si sta decomponendo. In mezzo a tutto questo ci sono batteri e funghi, anellidi, aracnidi e insetti, oltre che mammiferi. Il gran numero di sradicamenti ha portato alla luce questo mondo nascosto, provocando la morte di milioni di organismi. In più, chi amava l’ombra del sottobosco, come licheni, muschi, alghe, microorganismi, insetti – o logicamente anche piante – ora hanno improvvisamente trovato un posto al sole, che però non avevano mai desiderato. E anche qualcos’altro ha risentito dei numerosissimi schianti: l’aria. Prima climatizzata, umida, ricca di segnali e indicazioni olfattive, ora, sopra la massa di piante morte, si respira qualcosa di completamente diverso, secco e saturo dell’odore di resine, segnale chiaro per molti organismi che vivono alle spese di piante sofferenti o crollate, come gli scolitidi. Ne è un esempio “il Tipografo”, insetto da molti conosciuto (erroneamente) come bostrico.

Gli schianti sull’Altopiano dei Sette Comuni: la piana di Marcesina è stata la zona in assoluto più colpita dai danni da vento. (Cortesia immagine: Wikipedia, Nordavind – Opera propria, CC BY-SA 4.0)

Se fino a pochi anni fa le Alpi ci hanno sempre tenuto al sicuro dalle devastazioni boschive del nord Europa, il 29 ottobre di due anni fa ha rappresentato un brusco risveglio per tutti, dalle popolazioni locali, alle istituzioni, al mondo accademico. I cambiamenti climatici ci hanno raggiunto anche da questo punto di vista, il nostro “scudo” di montagne non è più sufficiente, e le foreste, ritenute un ambiente forte, stabile e quasi immutabile, sono più fragili di quanto avessimo immaginato.


Leggi anche: Lo stato delle foreste

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Giulia Negri
Comunicatrice della scienza, grande appassionata di animali e mangiatrice di libri. Nata sotto il segno dell'atomo, dopo gli studi in fisica ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza “Franco Prattico” della SISSA di Trieste. Ama le videointerviste e cura il blog di recensioni di libri e divulgazione scientifica “La rana che russa” dal 2014. Ha lavorato al CERN, in editoria scolastica e nell'organizzazione di eventi scientifici; gioca con la creatività per raccontare la scienza e renderla un piatto per tutti.
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