venerdì, Dicembre 3, 2021
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Luisa Longhena: un’oculista impegnata per l’emancipazione femminile

Scegliere di fare l'oculista, sul finire degli anni Trenta, era inusuale per una medica. A Bologna Luisa Longhena ha lasciato il segno, e il suo impegno per l'avanzamento delle donne in moltissime professioni è ricordato ancora oggi.

Luisa Longhena nel corso degli anni di studio si scontrò spesso con lo scetticismo accademico nei confronti delle donne iscritte a medicina. Una volta diventata dottoressa, poi, dovette far fronte all’ancor più triste scetticismo dei pazienti. Capitava, infatti, che gli stessi pazienti non si fidassero di un’oculista. Questo non la fermò dall’impegnarsi a continuare a lavorare come dottoressa a Bologna, arrivando a guadagnarsi piena fiducia e stima sia dai suoi colleghi sia dai suoi pazienti.

Cultura e antifascismo

Luisa Longhena nacque a Bologna il 10 febbraio 1914. Era seconda di tre fratelli, figlia dei professori di lettere Mario Longhena e Maria Angelini. Crebbe in una famiglia di umanisti molto attiva sul piano politico. Il nonno di Luisa, Paolo Longhena, nel fervore dei suoi vent’anni lasciò il suo impiego in banca per seguire Garibaldi, da San Martino fino alla presa di Roma. Il padre Mario si distinse fin da giovane per il suo impegno al Congresso socialista di Reggio Emilia del 1893 e, terminata la Seconda guerra mondiale, fece parte dell’Assemblea Costituente. Sarà lui, nel 1948, a verbalizzare la seduta del neo costituito Parlamento della Repubblica.

Luisa era orgogliosa di essere la figlia del “professor Longhena”, che a Bologna s’impegnò moltissimo sia per l’istruzione dei grandi sia per l’educazione dei più piccoli. Mario, infatti, promosse l’apertura di un gran numero di scuole per l’infanzia per tutta la città e fu il promotore delle scuole all’aperto per accogliere anche i bambini affetti da alcune patologie respiratorie, come la tubercolosi. Essere la figlia di una persona in vista e dichiaratamente antifascista ha avuto i suoi lati negativi, come quando in occasione di una colletta per “i martiri fascisti” si ritrovò il volto coperto di sporcizia e fumo perché si era rifiutata di versare la quota.

Una scelta inusuale: gli studi in oculistica

Luisa Longhena s’iscrisse a medicina all’università di Bologna e forse le fu d’ispirazione la sorella Amelia, che già si era laureata in chimica e poi in farmacia. Durante gli studi si interessò sempre più di oculistica, una disciplina che poteva contare solo qualche donna in tutto il Regno d’Italia. Le poche donne che s’iscrivevano a medicina all’inizio del XX secolo per lo più intraprendevano la carriera in pediatria o in ginecologia, o discipline affini a quello che all’epoca era il ruolo sociale delle donne, quello di madre. La scelta di Luisa Longhena di intraprendere una via inusuale, almeno per una donna, come quella dell’oculistica è già sintomo di tenacia, una donna che non si ferma davanti a un limite puramente culturale imposto da una società conservatrice.

Divenne allieva di Quirino Di Marzio, clinico di fama nazionale, già fondatore nel 1924 della Rivista oto-neuro-oftalmologica di cui fu il direttore per trent’anni e i cui interessi di ricerca si concentrarono soprattutto sui rapporti tra le patologie oculari con quelle delle zone limitrofe all’occhio, come un’infiammazione dei seni paranasali per esempio. Giunto a Bologna da Cagliari, fece acquistare alla Clinica oculistica del Sant’Orsola i più moderni strumenti d’indagine diagnostica che prevedevano l’uso di raggi X, ultravioletti, correnti ad alta frequenza. È con lui che Luisa Longhena si laureò, nel 1937 a soli 23 anni, decidendo poi di proseguire gli studi alla Clinica per prendere la specializzazione.

Si fece ben presto notare per la sua risolutezza, con quel piglio militaresco che mantenne per tutta la vita. Era lei che prendeva le difese delle giovani dottoresse dell’équipe di Di Marzio quando il professore, uomo severo di cui era noto il carattere scontroso, non le risparmiava di qualche brusca critica.

Allo scoppio della guerra, quando il Sant’Orsola divenne ospedale militare, Luisa Longhena rimase in città al suo posto di lavoro. Durante le incursioni aree, non lasciava a metà una visita o un’operazione per mettersi in salvo e, quando l’intero ospedale fu bombardato, aiutò a salvare da sotto le macerie non solo vite umane ma anche la storia di quel luogo a lei tanto caro, raccogliendo molti cimeli che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre.

Filippo D’Ajutolo e l’Operazione radium

Il lavoro in Clinica fu sempre affiancato dalla ricerca. Il suo interesse principale erano le complicazioni oculari nelle sepsi. Durante gli anni della specializzazione, che ottenne nel 1940, conobbe Filippo D’Ajutolo, medico otorinolaringoiatra, che sposerà nel 1958, molti anni dopo la loro conoscenza. Per l’occasione lui le regalò un anello montato su platino, perché questo non si rovinasse a contatto con il mercurio, sostanza che Luisa usava quotidianamente nel suo ambulatorio.

Filippo D’Ajutolo è stato il protagonista di una delle vicende più affascinanti della Resistenza bolognese: l’Operazione radium. Nell’estate del 1944, dopo che i tedeschi resero nota l’intenzione di requisire tutto il radio custodito all’Istituto “Luigi Galvani”, Filippo riuscì a ottenere, per conto della sezione bolognese del Partito d’Azione, la custodia dei restanti 503 milligrammi di radio non ancora sequestrato dai tedeschi, che nascose nella cantina della sua casa. Il radio salvato fu riconsegnato all’Istituto l’8 maggio 1945, solo dopo che il medico provò al notaio l’effettiva presenza del materiale in casa sua. Ritagliò in un foglio di piombo la lettera “R”, la pose in una scatola di cartone e ci mise sopra una lastra sensibile, mettendo il tutto sulla zona di pavimento al di sotto della quale doveva trovarsi il radio. Nel giro di un’ora sviluppò la lastra e apparve sufficientemente visibile l’immagine della “R”. La prova della presenza del materiale radioattivo era stata raggiunta con assoluta certezza.

Vita associativa

Terminata la guerra, Luisa Longhena desiderava continuare con la carriera ospedaliera e accademica. Per molti anni tentò i concorsi pubblici per diventare primaria al Sant’Orsola, non ottenendo mai il posto. Conseguì però la libera docenza in clinica oculistica, per titoli ed esami, che mantenne fino agli anni Settanta. In questo modo, accanto al titolo di dottoressa, poteva vantare il riconoscimento di professoressa. Contemporaneamente aprì il suo ambulatorio privato dove visiterà anche i meno abbienti e cominciò anche a lavorare come consulente all’INAIL, dove rimarrà fino a metà degli anni Ottanta.

Tra le poche oculiste a Bologna e, in generale, tra le poche dottoresse in città, nel dopoguerra decise di impegnarsi per l’emancipazione delle donne. Conobbe e strinse una profonda amicizia con la pediatra Edmea Pirami, che nel 1949 la coinvolse nella fondazione di Soroptimist, associazione internazionale per l’avanzamento della condizione femminile e per la promozione dei diritti umani. Luisa Longhena era «femminista dentro», raccontano i suoi parenti, «ammirava il coraggio delle donne». Al Soroptimist Luisa Longhena ha dato tanto e altrettanto il Soroptimist ha dato a lei, continuando quella sfida in difesa della dignità del lavoro femminile che all’inizio della professione aveva vissuto sulla propria pelle. Trovò una fitta rete di amicizie, rinsaldate nella sorellanza, un gruppo di donne che insieme avevano i mezzi e la passione per portare avanti battaglie fondamentali per i diritti di tutte le donne.

«Le prime sedute erano entusiasmanti, credevo di partecipare a una riunione di cospiratori» si legge nei ricordi che Longhena ci ha lasciato. «All’inizio eravamo un piccolo numero. Ci si parlava, ci si cominciava a conoscere, ci si organizzava bevendo una gustosa e calda cioccolata in tazza. Perché ormai era sopravvenuto l’inverno; era freddo: era l’inverno 1948-49, da poco era finita la guerra e ricordo – come fosse adesso – che il riscaldamento della saletta [degli incontri] proveniva da una bella “parigina” in ferro». Era una Bologna che aveva voglia di rinascere quella raccontata in queste poche righe, e le donne che partecipavano a queste riunioni dal sapore clandestino erano tutte proiettate verso una società più libera e inclusiva. 

Furono tante le letture e conferenze che lei tenne a Soroptimist, lezioni sulla condizione e le difficoltà delle «donne-medico», facendo combaciare questi temi con quelli affrontati in un’altra associazione molto importante per Longhena, l’Associazione italiana donne medico, di cui fu anche presidente nazionale.

Luisa Longhena lavorò per tutta la sua vita, tenendo aperto il suo ambulatorio fino al raggiungimento dei novant’anni. Tutte le sue strumentazioni ancora funzionanti, così come quelle del marito, decise di spedirle in Africa. Morì a Bologna il 6 marzo 2011.


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Fotografia: Luisa Longhena D’Ajutolo, per gentile concessione Archivio privato famiglia Longhena

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

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Serena Fabbrini
Storica della scienza di formazione, dopo un volo pindarico nel mondo della filosofia, decido per una planata in picchiata nella comunicazione della scienza. Raccontare storie è la cosa che mi piace di più. Mi occupo principalmente di storie di donne di scienza, una carica di ispirazione e passione che arriva da più lontano di quanto pensiamo. Ora dedico la maggior parte del mio tempo ai progetti di ricerca europei e alla comunicazione istituzionale.
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