CRONACA

Un anno dopo il disastro del Golfo del Messico

Un report pubblicato su Nature fa il punto sulla situazione ambientale delle coste e dei fondali. Migliaia di animali morti, ambiente contaminato per decenni con conseguenze ancora imprevedibili.

NOTIZIE – Il 20 aprile 2010 la stazione petrolifera Deepwater Horizon, situata a 60 chilometri dalla costa della Louisiana, esplode, si incendia e si inabissa. Difficile risalire alla causa, che è probabilmente una serie di complesse circostanze dove superficialità, difetti tecnici, inadeguatezza delle procedure hanno contribuito in percentuali diverse. Nel disastro muoiono 11 persone e decine rimangono ferite. L’esplosione innesca uno sversamento di petrolio che causa uno dei peggiori disastri ambientali della storia. Circa 4,9 milioni di barili di petrolio e un volume equivalente di gas fluiscono nell’oceano per tre mesi, a questo si aggiungono circa 9 milioni di litri di sostanze chimiche, un terzo dei quali sul fondale, anche queste tossiche per l’ambiente, usate dalla BP per disperdere il petrolio nella colonna d’acqua.

Secondo il governo americano, riporta Nature, sono stati recuperati circa 1,24 milioni di barili di petrolio direttamente dalla conduttura rotta, o raccolti dalla superficie del mare o bruciati. Altri 1,2 milioni di barili sono evaporati o dissolti, mentre 1,1 milioni hanno formato palle di catrame o chiazze superficiali che poi sono affondate o sono state trascinate a riva, circa 630.000 barili si sono dispersi spontaneamente e altri 770.000 sono stati dispersi con agenti chimici. C’è da notare però che disperdere non significa eliminare: con questa procedura il petrolio viene scomposto in tante goccioline che si distribuiscono nell’ambiente.

Le spiagge sono state in gran parte ripulite ma non si è intervenuti nelle zone umide e paludose perché qualunque intervento avrebbe causato più danni che benefici data la particolarità della vegetazione e del suolo.

Lo scorso dicembre, l’Operational Science and Advisory Team del governo americano ha dichiarato che non c’era più petrolio “processabile” (actionable) nell’acqua o nei sedimenti ma che non era nelle sue competenze valutare in modo quantitativo il petrolio rimasto nell’ambiente. Ci sono però diversi studi che dimostrano che ci sono ancora notevoli quantità di petrolio nel mare a circa 1100 metri di profondità e probabilmente anche sui fondali. Ci vorranno decenni sia per avere una valutazione affidabile degli effetti del disastro sia per una bonifica completa della zona.

Per quanto riguarda i danni visibili o valutabili oggi, il governo ha contato migliaia di animali morti: 6104 uccelli, 609 tartarughe marine e 100 mammiferi marini. Questi numeri sono purtroppo solo una piccola frazione delle vittime totali, perché rappresentano solo gli animali morti trovati o avvistati e non quelli che sono stati mangiati da altri o sono semplicemente affondati. Si valuta che la mortalità sia circa cinque volte superiore nel caso delle tartarughe e quasi venti volte superiore nel caso dei cetacei.

Per gli effetti a lungo termine, probabilmente ben peggiori di quelli immediati dato che piante e animali continuano a essere esposti a un ambiente contaminato e il petrolio entrerà progressivamente nella catena alimentare, non si può fare altro che aspettare e vedere. Gli agenti chimici che sono stati usati per disperdere il petrolio sono essi stessi tossici ed è la prima volta che vengono in acque profonde. Inoltre il petrolio disperso non si vede ma c’è e secondo molti scienziati è più tossico del petrolio stesso e degli agenti chimici.

Malgrado tutto ciò, il 12 ottobre 2010 il governo americano ha sospeso la moratoria che impediva le trivellazioni nel Golfo del Messico e sono già 10 i pozzi attivi.

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