Presentato il secondo Rapporto ANVUR sullo stato del sistema universitario e della ricerca in Italia

L'analisi dell'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca presenta il quadro della situazione italiana nell'ultimo biennio

ATTUALITÀ – Oggi pomeriggio, a Roma, è stato presentato il secondo Rapporto ANVUR sullo stato del sistema universitario e della ricerca in Italia. L’ANVUR, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, ha il compito di valutare la qualità della ricerca e dei 90 atenei del nostro paese (61 statali, 29 non statali) attraverso una serie di parametri, con l’obiettivo di distribuire una parte dei fondi ministeriali su base meritocratica. “L’impressione generale di questo ultimo rapporto è che l’università italiana sia oggi un mondo molto eterogeneo e differenziato, ma che dovrebbe esserlo ancora di più per portare nel Paese un’offerta di qualità”, ci ha detto Andrea Graziosi, presidente ANVUR. “Oltretutto ci manca l’offerta terziaria professionalizzante, un settore che negli altri paesi è presente ed è un settore molto grosso”. L’agenzia stessa è una bandiera del divario tra l’approccio alle valutazioni italiano e quello degli altri paesi. Escluso il contributo delle agenzie esterne l’ANVUR conta 19 unità di personale, contro le 170 del QAA nel Regno Unito, 50 dell’NVAO olandese, 190 dell’AERES-HCERES francese, 90 dell’ANECA spagnola.

In sintesi, scrivono gli autori sul rapporto, “l’università e la ricerca italiane si sono sottoposte, anche grazie alle misure e alle norme varate dai governi, a procedure trasparenti di valutazione e responsabilizzazione. Tuttavia, questo impegno non ha sempre trovato, negli ultimi dieci anni, un adeguato sostegno nelle politiche pubbliche” come testimonia il frequente scontento dei ricercatori italiani, di cui abbiamo parlato poco tempo fa dopo il contributo del fisico italiano Giorgio Parisi comparso sulle pagine di Nature, in cui si denunciava proprio la scarsa attenzione del nostro Paese per la ricerca di base. Una delle principali difficoltà del sistema, sempre più evidenti negli ultimi anni, è la riduzione del numero dei docenti. I pensionamenti sono solo in parte compensati dall’ingresso di ricercatori a tempo determinato, “la quota di personale precario si sta allargando e si riflette nel rapporto tra il numero degli studenti e quello dei docenti. Calando il numero di docenti, si alza l’età media del bacino di chi resta: l’età media del personale è aumentata di sette anni in quindici anni”, ha spiegato a OggiScienza Daniele Checchi, consigliere ANVUR e coordinatore del rapporto.

Altri fattori negativi sono l’incertezza di prospettive nella carriera accademica, la “fuga dei cervelli” e la grande mobilità tra atenei, che dovrebbe essere positiva e fisiologica ma in questo contesto sottolinea la disuguaglianza (incostituzionale) di opportunità tra un’università e l’altra. Tra le diverse macroregioni italiane, il divario qualitativo è sempre più ampio. Inoltre “il declino delle iscrizioni è uno dei temi dei quali si è parlato di più, anche se si è arrestato nell’ultimo anno e mezzo. A generarlo sono stati tre fattori: il calo demografico, il fatto che a completare la secondaria oggi c’è una grossa porzione di studenti stranieri -con minor propensione a iscriversi all’università- e la caduta del tasso di studenti che effettivamente conseguono la maturità. Sul territorio anche questo fattore è distribuito in modo poco omogeneo: il Nord non si è nemmeno accorto del calo di iscrizioni, chi l’ha subito di più è il mezzogiorno”, ha detto Checchi. “Siamo uno dei paesi col tasso di laureati peggiore del mondo, ancora in calando. Con le lauree 3+2 abbiamo generato una sorta di ‘bolla’, quando all’inizio si è ‘premiata l’esperienza’. Esaurito quel momento il numero dei laureati triennali è sceso e a iscriversi all’università sono oggi in 41 su 100, numeri non confrontabili con quelli degli altri paesi dell’Europa continentale”.

I dati sul diritto allo studio confermano che regioni diverse hanno un’attrattività molto differente: nelle isole, “uno studente laureato triennale ogni tre sceglie di fare la magistrale in un ateneo della penisola. Inoltre siamo uno dei paesi dell’Europa continentale con le tasse universitarie più alte, una parte delle quali andrebbe ri-distribuita dalle regioni sotto forma di borse di studio. Ma non tutte ri-distribuiscono l’intera quota, il che fa sì che 3 studenti su 4 degli aventi diritto ricevano le borse. Al Nord si parla di 9 su 10, mentre nel Sud arriviamo a 1 ogni 2”, spiega Checchi.

magistrali

Nelle prossime settimane torneremo ancora sui dati ANVUR esplorando le varie aree del rapporto nel dettaglio: per ora ne abbiamo scelte due tra le più significative, in modo da avere una panoramica generale.

I laureati nel mercato del lavoro

Tra il 2011 e il 2014 la disoccupazione giovanile in Europa è cresciuta mentre nella media dei paesi OCSE e negli Stati Uniti in particolare la quota di disoccupati è diminuita. In Italia, in questo periodo, il tasso complessivo è passato dall’8% al 12,7% aumentando di pari passo con le sempre minori competenze della popolazione adulta.

I dati OCSE del 2012 vedono l’Italia all’ultimo posto: solo il 3,3% degli adulti italiani raggiunge i livelli più alti di competenza linguistica (4 o 5) contro una media di 11,8% per gli altri 24 paesi partecipanti e il 22,6% del Giappone, in cima alla classifica. Di pochissimo più positive le competenze matematiche: il 4,5% degli adulti italiani arriva ai massimi livelli, il 24,4% raggiunge il livello 3.

La laurea aiuta a trovare lavoro? L’istruzione rappresenta un vantaggio consistente, dice il rapporto: tra il 2007 e il 2014 lo scarto tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 3,6 punti a 12,3 punti (a favore dei primi). A tre anni dalla laurea triennale il tasso di occupazione è del 66%, sale a 70% per i laureati magistrali biennali ma riscende al 49% per le magistrali a ciclo unico come architettura, farmacia, giurisprudenza, medicina e veterinaria.

Lo stato della ricerca

La quota del PIL italiano dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo, l’1,27%, è rimasta stabile tra il 2011 e il 2014 confermandosi molto inferiore rispetto alla media dell’UE e dei principali paesi OCSE (che si sono posti come obiettivo di investirvi il 3% del PIL, quando noi siamo a meno della metà). A pari merito con la Spagna ci collochiamo al 18° posto, con valori superiori solo a Russia, Turchia, Polonia e Grecia. La situazione tra le varie regioni non è omogenea, con i soli Piemonte e Lazio che si avvicinano in modo confrontabile alle medie UE e OCSE. I finanziamenti statali dedicati all’istruzione superiore sono diminuiti del 21% tra il 2008 e il 2014; nello stesso periodo è calata la quota di personale impiegato in R&S nel settore pubblico (e dell’istruzione superiore) ma è aumentata in parallelo in quello privato.

Il più grave tallone d’Achille è il progressivo definanziamento dei programmi destinati alla ricerca di base come PRIN e FIRB, il cui approccio è analogo agli europei FP7 e Horizon 2020 del pilastro Excellent Science. Il Fondo per le Agevolazioni alla Ricerca (FAR) non è stato finanziato negli ultimi tre anni, Il Fondo Ordinario per il finanziamento degli enti e istituzioni di ricerca (FOE) continua a calare dal 2011 mentre l’ultimo programma bandito, denominato SIR (Scientific Independence of young Researchers) risale al 2014.

ERC

Nel periodo 2011‐2014 le pubblicazioni scientifiche italiane, metà delle quali sono articoli su riviste, sono state il 3,5% di quelle mondiali, con una crescita annua di un tasso medio del 4% in rallentamento rispetto al passato. La produzione scientifica italiana su riviste eccellenti (il 5% che ha maggiore impact factor) si conferma superiore alla media mondiale: la performance è in linea con altri paesi UE, di poco inferiore a Francia, Germania e Regno Unito ma migliore rispetto ai paesi emergenti dei BRIC e a quelli asiatici. Confrontando la produzione scientifica con le risorse impiegate l’Italia si dimostra estremamente produttiva, superando la Germania nei valori sia rispetto alla spesa in ricerca per il settore pubblico e all’Istruzione Terziaria, sia rispetto al numero di ricercatori attivi.

Rimandando ai prossimi articoli in cui dedicheremo più spazio a questi dati, va sottolineato che tra  le novità del rapporto c’è l’analisi della formazione artistica e musicale (ma senza i dati legati all’occupazione che ne consegue), un settore che nel nostro paese sembra avere una grossa attrattiva per gli studenti stranieri. Un ulteriore aspetto che merita attenzione sono i dati sulla didattica (una fotografia della situazione ma non della qualità), difficile da valutare e una delle sfide più grandi. “Un modo per farla è valutare le persone che arrivano sul mercato del lavoro, sfruttare test come gli INVALSI, o raccogliere le opinioni degli studenti. Alcuni atenei già lo fanno ma ognuno con strategie diverse. Noi in futuro vorremmo combinare tutto questo, per fornire un feedback concreto alle università sul lavoro che stanno facendo”, conclude Checchi.

Leggi anche: Che cos’è l’ANVUR

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Informazioni su Eleonora Degano (677 Articles)
Giornalista pubblicista, traduttrice, science writer. Collaboro con varie realtà tra le quali National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 e StartupItalia. Mi occupo principalmente di conservazione e zoologia, con un particolare interesse per etologia e cognizione animale. Su Twitter @Eleonoraseeing

2 Commenti su Presentato il secondo Rapporto ANVUR sullo stato del sistema universitario e della ricerca in Italia

  1. Tommaso Scozzafava // 24 maggio 2016 alle 18:29 // Rispondi

    Il confronto non dovrebbe essere fatto tra le università nel loro complesso, ma tra dipartimenti omogenei; può accadere (e accade) che qualche ottimo dipartimento del sud resti penalizzato dal fatto di appartenere a una università mediocre.

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