ANIMALIAPPROFONDIMENTO

Test dello specchio per i pesci pulitori

Dopo elefanti, delfini, gazze, mante e molti altri, i pesci pulitori si uniscono alla schiera di specie che ha affrontato il test inventato nel 1970 da Gordon Gallup. Ma gli stessi autori invitano alla cautela prima di parlare di "auto-consapevolezza".

ANIMALI – Riconoscersi allo specchio è segno di consapevolezza del sé? Capire che “quello riflesso sono io” significa riconoscersi come entità diversa e separata dagli altri?

Sono due delle domande cui cerca di rispondere il famoso test dello specchio, ideato nel 1970 dallo psicologo Gordon Gallup e sottoposto nei decenni a un’infinità di specie diverse. Alcune l’hanno superato e gli animali hanno mostrato, in base a come si interpreta il successo, di riconoscere se stessi nell’immagine che vedevano riflessa allo specchio. Altre l’hanno fallito, ma per altre ancora solo uno degli animali che partecipavano ha superato il test.

I nostri neonati sono spesso imbarazzati o confusi di fronte al proprio riflesso nello specchio e iniziano a riconoscersi intorno ai 18 mesi. Una capacità che si affina verso i due anni, quando la maggior parte di loro interagisce con la superficie riflettente nel modo che ci si aspetta, come fa un adulto.

Decenni di specchi dal 1970

Agli albori del test si pensava che la consapevolezza del sé fosse una capacità relegata agli animali che credevamo dotati di capacità “superiori”, quindi le grandi scimmie. Una supposizione venuta meno quando elefanti, ma anche formiche, gazze e delfini hanno superato il test. Per riconoscersi, dunque, non è fondamentale avere un cervello dotato di neocorteccia.

Superare il test dello specchio richiede di passare attraverso varie fasi: si inizia “marchiando” l’animale con una macchia sul capo, senza che se ne accorga, e lo si posiziona dove ha la possibilità di guadarsi allo specchio. A questo punto iniziano le reazioni sociali di fronte al riflesso, seguite da comportamenti ripetuti rivolti allo specchio e un’ispezione dello stesso, ad esempio aggirarlo per vedere se dietro si nasconde un altro animale. Il percorso si conclude, se il test viene superato, con l’animale che si controlla ripetutamente e prova a pulirsi dalla macchia.

Oltre a quello condotto sulle cinciallegre, uno degli studi più recenti è stato fatto in Italia su quattro cavalli, animali che in natura vivono in branco e per la loro vita sociale hanno bisogno di avere ben chiaro il proprio posto, dunque di riconoscere la differenza tra sé e i compagni. I ricercatori dell’Università di Pisa hanno marchiato gli animali e dei quattro cavalli testati tre hanno interagito con il segno, grattandosi più spesso la guancia sinistra quando c’era un marchio visibile rispetto a quando era marcata con una sostanza trasparente (usata come controllo per il test).  Dopo una lunga esplorazione, andavano dietro allo specchio per accertarsi che non ci fosse un altro animale.

Solo uno dei tre cavalli ha superato il test anche quando i ricercatori hanno marchiato il segno sulla guancia destra, ed è anche per questo che gli autori del lavoro hanno interpretato i risultati con un nì, riservandosi di ripeterlo con un gruppo di animali più numerosi. I cavalli possono essere lateralizzati, ovvero preferire un lato all’altro in un modo paragonabile al nostro essere mancini o destrimani.

E infine i pesci

L’ultima specie che ha affrontato il test è il pesce pulitore Labroides dimidiatus, che ha attraversato tutte le fasi previste. I pesci studiati hanno provato a rimuovere dei marchi colorati dal proprio corpo quando si trovavano di fronte allo specchio, ignorandoli invece in assenza di uno specchio per osservarsi o quando i ricercatori li hanno marcati con segni trasparenti che non potevano vedere.

Due pesci pulitori “al lavoro” su una cernia. Fotografia di Richard Ling, CC BY-SA 2.0

Gli autori dello studio, pubblicato su PLoS Biology, sono però molto cauti e lo considerano un successo non decisivo. Suggeriscono che i comportamenti dei pesci non andrebbero interpretati come auto-consapevolezza, ma come un segno che i pesci pulitori comprendono che quello nello specchio è il riflesso del loro corpo (“their own body”).

Interpretare i risultati di queste ricerche non è banale, perché partiamo dal presupposto che non abbiamo ancora modo di sapere se le altre specie abbiano un vissuto consapevole. “Devo dire che lo studio sui pesci pulitori è stato condotto molto bene sia dal punto di vista metodologico sia per la riflessione sul tema”, commenta a OggiScienza Elisabetta Versace, che alla Queen Mary University di Londra insegna Comportamento e Cognizione animale. “Quel che dicono gli autori però è un po’ ambiguo, perché parlare di their own body indica proprio consapevolezza del sé”.

Un’altra possibilità, prosegue Versace, è che “abbiano una risposta di stimulus enhancement: è la stessa cosa che accade quando una persona di fronte a noi ha una briciola sulla faccia e a noi sembra di sentire di avere qualcosa nello stesso punto”.

Nel 2016 un altro gruppo di ricerca aveva sottoposto il test a due mante in cattività e concluso che si erano riconosciute nel riflesso, superandolo. Entrambe indugiavano di fronte allo specchio e facevano cose atipiche, come soffiarvi contro delle bolle. Si trattava dei primi pesci a superare il mirror test. Eppure non tutti erano convinti del risultato, compreso lo stesso inventore del test, Gallup, secondo il quale poteva trattarsi di semplice curiosità nei confronti di un oggetto nuovo da esplorare.

Prima ancora delle mante, nel 2005, gli scienziati avevano testato dei ciclidi, pesci d’acqua dolce noti agli amanti degli acquari e molto usati nella ricerca scientifica. Hanno mostrato che di fronte allo specchio reagivano in modo diverso rispetto a quando si trovavano in presenza di un altro pesce della stessa specie considerato intruso, e monitorato i cambiamenti nel livello di ormoni che seguivano l’incontro.

“La concentrazione di androgeni variava in presenza di conspecifici estranei – in linea con quanto noto da decenni in diversi taxa – ma non quando i pesci erano di fronte a sé stessi”, commenta Versace. In questo caso i ricercatori avevano così a disposizione non solo il comportamento dei pesci ma l’analisi di indicatori fisiologici, che “indicano una differenza rispetto al comportamento con un intruso estraneo.

Ma in tutti questi casi “non si sa mai se la differenza è dovuta alla stranezza del comportamento dell’animale nello specchio. Nessun conspecifico, infatti, si comporta esattamente come l’immagine speculare dell’altro”.

Quale sia la ragione, dunque, resta da scoprire.

Limiti e dibattiti

“Secondo alcuni, come il neuroscienziato Bruno van Swinderen [che all’Università del Queensland guida un gruppo di ricerca incentrato sullo studio della drosofila], ci sono dei correlati neurali associati alla coscienza/ consapevolezza anche in insetti apparentemente banali come i moscerini della frutta”, aggiunge Versace. “Una soluzione, dunque, potrebbe essere cercare dei segni neurofisiologici della coscienza”.

Nel 2016 gli scienziati Andrew B. Barron e Colin Klein sembravano dello stesso avviso in uno studio uscito su PNAS, dove ipotizzano che che le origini delle esperienze soggettive, spesso associate al concetto di “coscienza”, negli insetti risalgono addirittura al Cambriano.

Il dibattito intorno all’idea di coscienza è tuttora acceso e non sembra esserci una definizione davvero condivisa di cosa significhi avere una coscienza di sé, essere auto-consapevoli. Non a caso il test di Gallup è stato ampiamente contestato e difficilmente un nuovo studio viene accolto senza pareri discordanti.

Mentre per alcuni è un buon modo per indagare la presenza di auto-consapevolezza, altri sono scettici e applicando il rasoio di Occam all’interpretazione dei risultati optano per quelle che sono le spiegazioni più immediate: animali curiosi che interagiscono con un oggetto mai visto, come le mante, o ancora animali che associano i propri movimenti a quanto vedono riflesso di fronte a loro. Tutte spiegazioni che non richiedono di scomodare la coscienza/ consapevolezza del sè.

Ci sono specie, poi, per le quali il compito richiesto dal test potrebbe semplicemente non essere significativo. Animali che non dedicano molto tempo al grooming potrebbero ad esempio ignorare quella piccola macchia sulla pelliccia, come altri che si affidano all’olfatto più che alla vista potrebbero anche ignorare il riflesso perché dallo specchio non arriva l’odore di un altro individuo. Il test è stato sottoposto inizialmente a dei primati, quindi soggetti di studio dotati di zampe per pulire, se l’avessero voluto, le macchie fatte dai ricercatori.

Un pesce, se vogliamo, parte già “svantaggiato” ed è importante per gli scienziati fornire anche chiavi di lettura per interpretarne il comportamento durante il test e stabilire, così, se l’abbia superato o meno.

D’altronde la sfida maggiore della ricerca che studia le capacità cognitive degli animali è proprio ideare degli esperimenti che siano per loro interessanti, in modo da coinvolgerli e lasciare che si esprimano al meglio delle loro possibilità e “dotazioni” cognitive.

“Tutte le specie sono differenti ma è comunque interessante capire che cosa fanno, anche se analizzare il risultato del test senza contesto non è utile. Mi riferisco al fatto che, ad esempio, i gorilla hanno la tendenza a non guardare negli occhi – è un comportamento aggressivo – quindi in un test del genere hanno poche probabilità di passare dalla prima fare esplorativa alle seguenti”, conclude Versace.

“Resta comunque un test affascinante. Forse per il fascino del guardarsi allo specchio, per cercare di capirsi e afferrarsi… ma chi sarebbe quello lì?”.

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Eleonora Degano
Biologa di formazione, oggi giornalista e traduttrice freelance specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale; collaboro soprattutto con l’edizione italiana di National Geographic e faccio parte della redazione di OggiScienza. Nel 2017 è uscito il mio primo libro «Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie» pubblicato da Mondadori Università. Lo trovate qui ➡ http://amzn.to/2i2diPu

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