Settimana mondiale dell’immunizzazione, l’Italia a che punto è?

Dal 24 al 30 aprile in tutto il mondo si parla di vaccinazioni, per promuovere l'accesso ai vaccini salva-vita e una maggior informazione sul tema

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Il primo obiettivo del Global Vaccine Action Plan è l’eradicazione della poliomelite, una malattia che può causare paralisi permanente. Crediti immagine: Public Domain

ATTUALITÀ – Il 24 aprile è iniziata la World Immunization Week, la settimana mondiale dell’immunizzazione: fino a sabato 30, come ogni anno, l’iniziativa si impegna a promuovere la diffusione dei vaccini salva-vita, quelli che ogni anno risparmiano dai due ai tre milioni di vite da malattie come difterite, tetano, pertosse e morbillo. L’obiettivo di quest’anno, motto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è “Close the gap”, colmiamo il divario nelle immunizzazioni: sui fact sheets dell’OMS, aggiornati a marzo, sono riportate tutte le coperture vaccinali mondiali aggiornate al 2014.

Il 2016 è il secondo anno dall’attivazione del Global Vaccine Action Plan (GVAP), un’iniziativa che vuole promuovere l’accesso ai vaccini per arrivare all’ambita copertura del 90% o più a livello nazionale e dell’80% a livello locale entro il 2020. La prima tappa del GVAP è già stata stabilita: l’eradicazione della poliomielite, una malattia virale estremamente infettiva che può causare paralisi permanente e a oggi fa contare circa 400 casi ogni anno. Secondo i dati OMS sono due i Paesi in cui è considerata endemica, Afghanistan e Pakistan, ma tutti quelli polio-free rimangono a rischio, specialmente se ci sono conflitti e instabilità in corso. Eradicare la polio non significa solo veder scomparire la malattia, ma sconfiggere il virus. E se a noi sembra un ricordo spiacevole e lontano, basta poco a rimettere le cose in prospettiva e ricordarci il valore dei vaccini: solo nel 1958 nel nostro Paese si verificarono oltre 8000 casi. L’ultimo è stato notificato nel 1982, poco più di 30 anni fa.

Le note negative: nel 2014 sono stati quasi 19 milioni i bambini, in tutto il mondo, a non ricevere le vaccinazioni basilari di routine come il DTPa per difterite, tetano e pertosse. Più del 60% di questi bambini vive in dieci Paesi: Congo, Etiopia, India, Indonesia, Iraq, Nigeria, Pakistan, Filippine, Uganda e Sudafrica. Ma non serve allontanarsi dall’Europa per ricordare le conseguenze, dietro l’angolo anche laddove le cure mediche non risultano difficili da ottenere: l’anno scorso, in Spagna, si è verificato il primo caso di difterite registrato in 30 anni. Il bambino colpito, non vaccinato, è morto all’età di sei anni a causa di complicazioni respiratorie, cardiache e renali. Conseguenze che molte famiglie ancora oggi sottovalutano al pari di quelle del morbillo, che può portare con sé encefaliti (infiammazione al cervello), polmoniti e danni cerebrali. Nel 2014, 129 Paesi sono arrivati a una copertura di almeno il 90% con il vaccino DTP3, e almeno 115 milioni di bambini in tutto il mondo hanno ricevuto le tre dosi consigliate. Tra il 2000 e il 2013, il tetano neonatale è stato eliminato in 29 Paesi in via di sviluppo.

Italia, nota dolente?

Il morbillo è una malattia altamente contagiosa: è chiaro che nello sconfiggerla stiamo facendo dei passi in avanti, ma decisamente pochi rispetto ai piani. Quando nel 2014 l’Italia si è guadagnata il triste primato europeo (un caso di morbillo su tre in Europa era italiano, quasi il 90% delle persone colpite non era vaccinata) è stato subito chiaro che l’obiettivo OMS di debellare la patologia entro il 2015 stava svanendo all’orizzonte. L’epidemia che ci ha riguardati tra 2002 e 2003, lo ricordiamo, ha causato 40 000 casi, centinaia di ricoveri e otto decessi tra bambini e adolescenti. Fortunatamente a livello globale i dati sono più rassicuranti: entro la fine del 2014 in 154 Paesi la seconda dose di vaccino era stata inserita nella routine d’immunizzazione e l’85% dei bambini ne aveva ricevuta almeno una entro i due anni. Tra il 2000 e il 2011, la mortalità da morbillo è calata del 71%.

In Europa la situazione ha alti e bassi: 32 Paesi sul continente sono riusciti a eradicare la rosolia o il morbillo, ma in altri gli indicatori relativi ai tassi di vaccinazione sono calati. L’Italia si mantiene tra questi ultimi, facendo passi indietro sul vaccino MPR (morbillo, parotite, rosolia: nel 2014 la copertura per la seconda dose è stata dell’82%, due punti in meno rispetto al 2013, molto al di sotto dell’obiettivo OMS), meningococco C, HPV (virus ancora al centro di false credenze) e influenza. Le vaccinazioni obbligatorie sono all’86%, sensibilmente al di sotto della soglia del 95%, considerata ottimale e in grado di proteggere anche chi non può ricevere il vaccino.

Le cause sarebbero ancora da cercarsi nelle posizioni di medici che sconsigliano i vaccini alle famiglie, in siti web molto noti che diffondono informazioni scorrette e nel persistere di dicerie e false credenze intorno ai vaccini, tra tutte l’inesistente correlazione tra vaccini e autismo (il cui promotore, Andrew Wakefield, è stato radiato dall’albo dei medici, ma non abbastanza in fretta da scongiurare gli enormi danni che ha causato e continua a causare). Il tutto porta a chiedersi: dov’è finito il nostro nuovo piano nazionale delle vaccinazioni per il biennio 2016-2018, di cui si è parlato alla fine dello scorso anno?

In attesa di un cambiamento

Il 5 novembre 2015 le regioni hanno approvato il nuovo piano, elaborato dal Consiglio superiore di sanità del Ministero della salute, che passava alla seconda fase: l’approvazione del Ministero dell’Economia. Le principali novità introdotte aiuterebbero a colmare il “gap” italiano e rappresenterebbero – se implementate – una sorta di piccola rivoluzione. La prima è l’introduzione di nuovi vaccini per l’età pediatrica nel calendario, in particolare varicella, rotavirus, meningococco B ed estensione anche ai maschi adolescenti (un’ipotesi di cui si parla da molto) del vaccino contro gli HPV, i papillomavirus. La seconda è la proposta di introdurre un concreto obbligo di vaccinazione per chi si iscrive alla scuola elementare, seguita da una terza presa di posizione: la proposta di sanzionare i medici del SSN che sconsigliano alle famiglie di vaccinare i figli o non supportano adeguatamente la vaccinazione.

Il nuovo piano rimane fermo, in ritardo di parecchi mesi, mentre varie società scientifiche (Società Italiana di Igiene-Siti, Federazione Italiana medici Pediatri-Fimp, Società Italiana di Pediatria-Sip e Federazione Italiana del Medici di medicina generale-Fimmg) hanno richiesto un incontro con il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin: di questo passo il rischio è che ogni regione implementi un calendario suo, portando a un’offerta poco uniforme attraverso il Paese e spostando ancora più in là nel tempo le novità che potrebbero cambiare le carte in tavola. E aiutarci a evitare situazioni come quella riportata dal medico Roberto Burioni su Facebook pochi giorni fa, che ha già fatto il giro di social media e giornali: il caso di una madre che, (a quanto pare) su consiglio della pediatra, non ha vaccinato la sua bambina contro la meningite e ha finito per perderla a causa di un’infezione del ceppo C.

@Eleonoraseeing

Leggi anche: Perché vaccinare gli anziani?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Informazioni su Eleonora Degano ()
Giornalista pubblicista, traduttrice e science writer. Collaboro con varie realtà come National Geographic Italia, OggiScienza, pagina99 dove scrivo di etologia, cognizione animale e zoologia. Nel 2016 ho vinto il Premio Giornalistico Tomassetti - Premio Speciale in Virologia e nel 2017 il premio giornalistico "Il diabete sui media" promosso dalla Società Italiana di Diabetologia

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