LA VOCE DEL MASTER

A caccia di nubi vulcaniche

Nell’aprile 2010, ceneri e polveri emesse dal vulcano islandese Eyjafjallajökull portarono alla sospensione dei voli aerei nei cieli dell’Europa nord-occidentale per l’impossibilità di rilevare in tempo reale l’esatta estensione della nube, che venne stimata da modelli matematici. Ora è possibile localizzare in tempo reale le nubi vulcaniche, con la rilevazione a distanza dei fulmini che avvengono al loro interno.

LA VOCE DEL MASTER – Lo scorso 15 dicembre il Servizio geologico statunitense (USGS) ha annunciato la creazione di un sistema di allerta basato sui dati del World Wide Lighting Location Network (WWLLN), una rete globale di osservazione dei fulmini coordinata dall’Università di Seattle.

Il battesimo del fuoco è avvenuto il 27 ottobre scorso, quando il sistema è stato in grado per la prima volta di preannunciare un’eruzione vulcanica non ancora osservata: ha infatti registrato un’insolita concentrazione di fulmini presso il vulcano Šiveluč, in Kamčatka, circa un’ora prima che i tradizionali satelliti meteorologici individuassero una nube vulcanica nella regione. Fino ad allora, la nuova metodologia era stata applicata solo all’analisi di dati storici.

Il sistema consente di analizzare i dati del WWLLN in tempo reale, ogni 60 secondi; un’accuratezza assolutamente necessaria, se si pensa che le ceneri eruttate da un vulcano possono raggiungere le altitudini attraversate dagli aerei di linea in appena cinque minuti. Permetterà inoltre una sorveglianza su scala globale; al momento ne rimangono escluse le latitudini tropicali, dove l’abbondanza di temporali e tempeste (specialmente in determinati periodi dell’anno) comporta una maggiore probabilità di falsi allarmi.

Lo studio dei fulmini associati alla formazione di nubi vulcaniche non è tuttavia un settore di ricerca del tutto nuovo. A livello qualitativo, il fenomeno era già stata studiato durante l’eruzione dell’isola di Surtsey, in Islanda, nel 1963.

Per quanto riguarda l’Eyjafjallajökull, a inizio dicembre un gruppo di ricercatori del servizio meteorologico britannico e di quello islandese ha pubblicato una ricerca che conferma una correlazione fra l’evoluzione della nube vulcanica e la frequenza dei fulmini nella regione. I ricercatori hanno confrontato i dati di ATDnet, il sistema britannico preposto all’osservazione dei fulmini a grande distanza, con le informazioni sull’altezza della nube fornite dal servizio meteorologico islandese (IMO). Hanno così trovato che, quando la nube presentava attività elettrica di rilievo, sussisteva una correlazione significativa fra il numero di fulmini registrati in un’ora e l’altezza media della nube nello stesso intervallo di tempo. Per contro, non tutte le nubi di altezza superiore ad una data soglia hanno presentato attività elettrica rilevabile; i ricercatori hanno attribuito la discrepanza a probabili differenze nella composizione della nube, che nelle varie fasi dell’eruzione potrebbe aver presentato un diverso contenuto di ghiaccio.

I vulcanologi dovranno ora determinare con maggiore accuratezza quali sono i meccanismi per cui le nubi vulcaniche diventano elettricamente cariche, e quali parametri – tipo di eruzione; composizione chimica dei materiali eruttati; condizioni atmosferiche – possono giocare un ruolo nel processo.

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