giovedì, Giugno 4, 2020
DOMESTICI

Gli interventi assistiti con gli animali, dall’etologia alla neuroendocrinologia

Cane, cavallo, asino, coniglio e gatto sono le specie idonee identificate dal Ministero della Salute, tutte in grado di rapportarsi strettamente con noi.

La presenza di un animale domestico può fare bene alla salute e lo aveva intuito già Freud, che teneva con sé la cagnetta Jofi durante le sedute con i pazienti. Nel tempo il concetto si è sviluppato molto, tanto che il rapporto con un animale domestico è diventato parte integrante di terapie, percorsi riabilitativi, attività educative e ludico-ricreative: sono quelli che possono essere raccolti sotto il nome di interventi assistiti con gli animali. Ma su quali basi funzionano? E con quali animali?

Cinque specie per gli interventi assistiti

A seconda del percorso da svolgere, possono essere individuati gli animali più idonei all’intervento assistito. Nelle linee guida pubblicate dal Ministero della Salute ne sono stati inseriti cinque: cane, cavallo, asino, coniglio e gatto. «Sono tutte specie andate incontro a un processo di domesticazione che le ha rese in grado di rapportarsi strettamente all’essere umano», spiega a OggiScienza Francesca Cirulli, ricercatrice del Centro di Riferimento per le Scienze comportamentali e la Salute Mentale dell’Istituto Superiore di Sanità, dove ha costituito un gruppo di lavoro sugli interventi assistiti con gli animali.

Tra gli animali elencati nelle linee guida quello che stupisce di più è forse il gatto, poiché discende da un antenato solitario con il quale ha mantenuto molte somiglianze, anche comportamentali. «Anche se è forse la specie con la quale è più difficile sollecitare la relazione, conoscendone bene le caratteristiche etologiche è possibile lavorare anche con il gatto. La letteratura al riguardo è ancora scarsa, ma sono stati svolti programmi con bambini ipovedenti, con anziani affetti da demenza e con soggetti affetti da disturbi psichiatrici che sembrano aver portato benefici in termini di mobilità, contrasto alla depressione e miglioramento dei contatti interpersonali».

L’animale giusto nel contesto giusto

Non è necessario che un animale, indipendentemente dalla specie, sia estremamente socievole per essere il più adatto a un intervento assistito. Come si legge nel rapporto “Metodologie per la valutazione dell’idoneità e del benessere animale negli interventi assistiti con gli animali”, pubblicato quest’anno dall’Istituto Superiore della Sanità, gli animali possono fare da ponte emozionale e catalizzatore delle relazioni sociali, un aspetto di particolare importanza per chiunque si trovi in una situazione d’isolamento sociale. Ma naturalmente, come ricorda l’etologo Marc Bekoff nel suo libro “Nella mente e nel cuore dei cani” (recensito qui da OggiScienza), ciò non significa che siano una panacea per chiunque si trovi in difficoltà. Questo vale anche al contrario: non tutti gli animali (siano cani o altre specie) possono migliorare il nostro benessere. Non solo le caratteristiche etologiche della specie, ma anche la personalità del singolo individuo sono elementi fondamentali da considerare negli interventi assistiti con gli animali.

«La socialità meno marcata del gatto, ad esempio, può essere un vantaggio se ci si deve rapportare a persone molto schive o timorose, perché consente un avvicinamento lento», spiega Cirulli. «Così come un cane molto vivace e socievole, pronto a fare le feste, potrebbe invece metterle in difficoltà. È impossibile generalizzare: ciascuna relazione va costruita secondo le circostanze e le necessità del caso. E in questo senso, infatti, il discorso non è legato alla razza dell’animale non umano, bensì alla sua personalità, che deve essere riconosciuta e stimolata adeguatamente quando è ancora un cucciolo».

«E questa è una delle principali difficoltà degli interventi assistiti con gli animali: trovare, per una determinata persona con un determinato problema, il percorso migliore per gestire la situazione», continua la ricercatrice. «L’altra grossa difficoltà è creare un lavoro di equipe». Al coadiutore (ossia chi si occupa degli animali impiegati negli interventi assistiti) è affidata una grossa responsabilità, perché deve abituare l’animale alle situazioni specifiche in cui può ritrovarsi. Un cane che dovesse lavorare in ospedale, ad esempio, ha bisogno di essere a suo agio tra sedie a rotelle, camici bianchi e odore di disinfettante. «Attenzione però: si parla di preparazione, non di addestramento, perché quest’ultimo implica automaticità dell’azione. Negli interventi assistiti, invece, è necessaria una spontaneità nell’entrare in relazione».

La preparazione dell’animale non è sufficiente per un intervento efficace. Come spiega Cirulli, infatti, «Il percorso non può essere fatto dal coadiutore da solo, tanto più se in un contesto di terapia: è necessario creare equipe stabili, in grado di coordinare il lavoro, tra coadiutore, medici, veterinari, psicologi ed educatori».

Entrare in relazione

Ma su che basi la relazione con una specie diversa dalla nostra può portare dei benefici? In realtà, non ci sono risposte certe. «Probabilmente, l’animale non umano intimorisce meno rispetto a un nostro conspecifico: è stato ipotizzato che il baby schema, ossia le caratteristiche infantili nei tratti di alcuni animali domestici (come la fronte ampia e gli occhi grandi) sia alla base dell’attrazione che proviamo per loro. Attrazione che si presenta fin da giovanissimi: come dimostra una ricerca che abbiamo condotto qualche anno fa, infatti, le immagini di cuccioli di animali sono preferite anche dai bambini, fra i tre e i sei anni di età, perfino più di quelle dei piccoli della nostra specie. Tendiamo a vedere gli animali come “perenni cuccioli”, che non incutono paura e dunque rompono più facilmente la barriera dell’interazione, facendo scattare il comportamento di protezione che insiste sul meccanismo di cura della prole, uno dei più forti e conservati dell’etologia dei mammiferi», spiega Cirulli.

«A ciò, si aggiunge la considerazione che il comportamento degli animali non umani è più prevedibile del nostro, un fattore molto importante ad esempio per alcune forme di disturbo dello spettro autistico, perché consente di prevedere e riconoscere i comportamenti più comuni e non esserne intimoriti», continua la ricercatrice. Questo non significa naturalmente che gli animali non umani siano degli automi. Pensiamo, tuttavia, a quanti modi diversi noi usiamo per salutare: una pacca sulla spalla, una stretta di mano, una comunicazione verbale e con espressioni diverse a seconda del contesto. Per un animale la gamma è più semplice: avvicinarsi scodinzolando per un saluto, un inchino per invitare al gioco.

Gli studi sulla neuroendocrinologia della relazione

Nel tempo è cresciuta la letteratura scientifica che svela le basi meccanicistiche che determinano il senso di benessere negli interventi assistiti con gli animali, sebbene la maggioranza dei lavori sia dedicata alla relazione con il cane. I classici studi di Nagasawa (OggiScienza ne ha raccontato uno qui) hanno dimostrato che la relazione con un cane – soprattutto l’ingaggio dello sguardo – determina il rilascio di ossitocina, un ormone implicato nei legami affiliativi.

Nel 2017 uno studio condotto sui ratti ha iniziato a esplorare i meccanismi neuroendocrini secondo cui al rilascio di ossitocina siano correlate le sensazioni positive che promuovono la socialità. Come abbiamo raccontato in quest’articolo, il meccanismo, ancora da confermare sugli esseri umani, è mediato a sua volta dalla dopamina, l'”ormone della ricompensa”. Inoltre, il rilascio di ossitocina è noto per i suoi effetti anti-stress: riduce infatti la pressione sanguigna e i livelli di cortisolo.

Alcune ricerche hanno anche mostrato come l’introduzione di un cane di servizio in casa sembri avere effetti benefici per tutti i membri della famiglia in termini di riduzione dello stress.

Tra i lavori più significativi nel supportare il buffer effect per l’ansia sociale della relazione con gli animali, ricordiamo quelli di Marguerite O’Haire, ricercatrice della Purdue University, che in una serie di esperimenti pubblicati tra il 2013 e il 2015 ha esplorato gli effetti della relazione tra bambini con disturbi dello spettro autistico e la cavia domestica. In uno di essi, O’Haire ha evidenziato come un breve periodo di gioco libero con una cavia determinasse una diminuzione dei livelli di arousal, valutata attraverso la conduttanza cutanea, indice di un’attivazione del sistema simpatico. In pratica, la conduttanza cutanea tende ad aumentare in situazioni di stress o eccitazione. Nella ricerca condotta da O’Haire e i suoi colleghi, nei bambini con disordini dello spettro autistico che giocavano liberamente con compagni a sviluppo tipico e in presenza di una cavia, la conduttanza cutanea diminuiva del 43% rispetto a quella di bambini in altre situazioni (lettura in silenzio o ad alta voce con i compagni, gioco libero con compagni e in presenza di un giocattolo).

«Il fulcro dell’azione negli interventi assistiti con gli animali sono le emozioni, anche se non possiamo indicare un unico meccanismo d’azione, perché le risposte sono molto complesse», conclude Cirulli. «E mentre la letteratura sui meccanismi alla base di questi benefici cresce, iniziano anche le ricerche che, esulando dalla sfera degli interventi assistiti con gli animali, indagano gli effetti a lungo termine sulla salute psicofisica di chi convive con un animale».


Leggi anche: Onoterapia, quando la pet therapy è mediata dagli asini

Articolo pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.   

Fotografia: Pixabay 

Anna Romano
Biologa molecolare e comunicatrice della scienza, amo scrivere (ma anche parlare) di tutto ciò che riguarda il mondo della ricerca.

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